Caffè… corretto Aggiungi un commento

15 aprile 2010, 11:37

Ok, il gioco di parole nel titolo sta diventando vecchio. Prometto che è l’ultima volta.

Follow-up alla discussione di ieri: ho trovato quest’ottima serie di slide su alcune buone pratiche nello sviluppo di web applications con Struts. Si riferisce a Struts 1.x per la verità, ma alcune cose non sono cambiate così tanto.

Punti salienti:

Remove business logic to a business facade that the actions can call.
Actions are a necessary evil. Every line of code in an Action is guilty until proven innocent.
E soprattutto:
Do not embed business logic in action classes. [Repetita juvant!]
Avoid exposing Domain Models.
Behind your facade, consider using a data access package. [i.e. Hibernate]

In parole povere, sono portato a considerare che la soluzione più corretta sia la numero 1. Corretta fino a prova contraria, naturalmente.

Fonte: Struts Best Practices (Struts University Series)

Caffè Java macchiato Aggiungi un commento

14 aprile 2010, 16:48

Premetto che usare dei pattern “preconfezionati” senza bene capire ciò che sto facendo, non è quello che voglio.

Sto lavorando ad un progetto Java, una web application che mi ha permesso di inoltrarmi nel favoloso mondo del pattern MVC, di Spring, Struts, Hibernate e quant’altro. Oltre a numerosi mal di testa e problemi nel chiedersi “Cos’è meglio? Quale dei 300 approcci diversi alla soluzione di un problema funziona meglio, è più manutenibile, eccetera?”

Prendiamo ad esempio l’implementazione della parte “Model” nel pattern MVC. Dell’accesso al database se ne occupa il layer di persistenza, è vero, con i suoi puliti DAO che non fanno altro che implementare funzionalità CRUD e quanti tipi di find() siano necessari per entità. Ma chi chiama i DAO e da dove? E dove può risiedere la business logic?

Due dei pattern che ho provato ad implementare sono questi:

  1. Action (Struts) -> Model (Spring, w/ business logic) -> DAO (Spring + Hibernate)

    dove le frecce indicano “Chiama”. Questo pattern mi sembra chiaro e lineare, soprattutto molto lineare, in quanto non si mescolano i punti di accesso ai vari layer dell’applicazione. Ma soffre di duplicazione di codice, con nomi di metodi ripetuti lungo i vari strati e solo l’ultimo veramente significativo. Certo, questo potrebbe non essere un problema.

    Poniamo l’esempio di una serie di save(), che ha come scopo ultimo tradurre dei campi in una form nella riga di una tabella. Il save() della action potrebbe passare come parametro il dato preso da una form sulla pagina. Il save() del modello (che a questo punto, potrebbe anche essere chiamato “servizio” visto che non è solo un modello) potrebbe popolare condizionalmente i campi dell’oggetto in questione. Infine, il save() del DAO andrà ad effettuare l’operazione di persistenza sull’oggetto creato.

  2. Action (Struts) -> Service (Spring, w/ business logic) -> Model (Spring)
    |
    +--> DAO (Spring + Hibernate)

    Un po’ meno lineare e più convoluto, anche se non difficile da capire. Il modello, in questo caso, assomiglia pericolosamente ad un DTO che ritengo poco utile in questo caso, essendo destinato a rimanere nello stesso layer e nello stesso contesto dell’intera applicazione. Quando implementato, il Model risiede in sessione.

    Ha il vantaggio di separare molto chiaramente business logic e dati, ma è davvero necessario quando l’uso di un ORM come Hibernate costringe già l’utente a scrivere delle Entity di puri dati? L’archetipo del modello dovrebbe essere una Entity; tutto il resto è duplicazione o aggregazione.

  3. Action (Struts) -> Service + Model (Spring, w/business logic)
    |
    +--> DAO (Spring + Hibernate)

    basato su alcune invarianti:

    • La Action deve rimanere priva di logica di business.
    • Il Model non chiama il DAO.
    • La Action implementa l’interfaccia ModelDriven.

    In questo modo, una Action può o meno richiamare un Model (e contestualmente, implementare ModelDriven per ragioni di validazione e facilità d’accesso) per dati che richiedono qualche tipo di elaborazione. A sua volta, il Model potrà o meno risiedere in sessione per questioni di performance. Si evitano catene di metodi con lo stesso nome ed in ogni caso, è la Action che si preoccupa di richiedere operazioni di persistenza al DAO.

    Il che è un problema in sé: si ottiene l’effetto di doversi ricordare di chiamare il DAO ogni volta. Dover chiamare metodi nella giusta sequenza non è praticamente mai un indice di buona programmazione.

Mi sto documentando per essere meglio illuminato sui pro e i contro di ognuno di questi approcci. Al momento, il primo mi pare il più flessibile e semplice, perchè permette di implementare funzioni comuni senza fatica (ad esempio, misurare il tempo di esecuzione di alcune operazioni su database senza esporre l’interfaccia ovunque o usare classi statiche). Di certo c’è solo che il mondo Java J2EE è vasto e complesso e passerà molto tempo prima che io possa comprenderlo appieno. Se mai succederà!

(null) Aggiungi un commento

2 novembre 2009, 15:11

Non sono in alcun modo un esperto di basi di dati, ma una tabella che per la grande maggioranza della sua superficie (misurabile in metri quadrati!) si presenta in questo modo, mi sembra quantomeno strana.

(null)

Ognuna delle colonne è non-null per un numero molto, molto limitato di righe rispetto al totale. La tabella è molto, molto sparsa. Senza dubbio con i computer di oggi lo spazio non è un problema; ma mi chiedo, non sarebbe stato possibile idearne la struttura in qualche modo migliore, per evitare le migliaia di (null) presenti?

Insomma, ecco cosa succede quando si progetta pensando alla macchina e non agli umani che la useranno!