Pendolarismo e Java Aggiungi un commento

11 giugno 2009, 10:20

Ho da poco trovato lavoro presso il Centro Cardiologico Monzino di San Donato, Milano, alle dipendenze della Anemos S.r.l., fornitore di software sanitario a norma internazionale per questo e altri ospedali in tutta Italia. Un ottimo risultato, considerando che mi sono laureato da poco.

San Donato è a più di 50 Km da casa mia. Devo prendere treno, metropolitana, bus, in quest’ordine. Non ho orari proibitivi per fortuna, ma lo stesso sono in viaggio per non meno di due ore, con uno scarto di 5 minuti, per andare e tornare; in tutto, perdo 4 ore al giorno su una giornata lavorativa di 8 ore (includendo la pausa, il contratto a progetto mi permette una certa flessibilità negli orari, nei limiti della decenza ovviamente).

Quattro ore sono tante. Potrei usarne anche una parte (la metà, ad esempio) per rilassarmi, dedicarmi ai miei hobby, cominciare prima la mattina e uscire prima il pomeriggio, ponderare altri progetti, ad esempio un sistema di gestione delle caselle dei fumetti che il gestore della maggiore fumetteria lecchese mi ha chiesto di elaborare.

Il linguaggio Java, con gli strumenti giusti, permette di essere veloci come un treno (o una metropolitana) anche se, come un treno, va solo sui suoi binari. A confronto, un linguaggio come C è un fuoristrada, che però a volte è costretto a procedere più lentamente su terreno insidioso (rogue pointers, vale a dire puntatori “ribelli”, gestione dinamica della memoria). E’ più facile, diciamo. Java mi accompagnerà in questi tempi di pendolarismo, sia al lavoro che fuori; anche se per ora mi “limito” allo studio di infinite specifiche sul protocollo HL7 e sull’integrazione di un sistema sanitario con il SISS Lombardia.

Qual è la ricompensa che chiedo dalla vita per il periodo in cui sono appena entrato? Una conoscenza più approfondita e pratica della programmazione a oggetti, delle fasi dello sviluppo in generale, nonché delle tecnologie particolari che userò. Solo allora sarà un periodo speso bene.

Ricordate sempre, quando sentite di entrare in una fase impegnativa della vostra vita, di stabilire bene qual è la parte che alla fine vi spetta: una specie di contratto con la vostra stessa vita. E via col treno.

La Legge è disuguale, per tutti Aggiungi un commento

6 febbraio 2009, 23:06

Sul caso di Eluana Englaro, partita da poco dalla mia città, Lecco, per il suo ultimo viaggio terreno, sono state spese tante e tante parole. Alcune sincere, alcune vuote, alcune ipocrite, alcune oneste. Di mio, aggiungerò solo che spero con tutto il cuore si arrivi a fare la volontà di suo padre – e la sua:

«Avrà avuto tredici o quattordici anni, non ricordo bene, quando mi parlò della morte la prima volta. Un suo amico era finito in coma irreversibile e lei era stata a trovarlo in ospedale. Ne fu sconvolta. Se dovesse mai succedermi qualcosa di simile, continuava a ripetere, lasciatemi morire: non ha senso vivere senza essere coscienti. Allora sembrava una reazione allo choc, e il fatto che non se lo togliesse dalla testa un’inquietudine da adolescente. Oggi a ripensarci mi vengono i brividi.»

Parole di una zia di Eluana, che, peraltro, è contraria alla sua morte; il che dovrebbe fugare ogni dubbio sull’onestà della dichiarazione. Lasciamo che muoia, finalmente, in pace.

Quello che mi preoccupa, oggi, è il pesante attacco del Presidente del Consiglio ad alcune delle cariche più importanti dello Stato italiano. Quest’uomo sovverte l’ordine di cui egli stesso dovrebbe far parte, andando a scavalcare (o tentare di farlo) una sentenza emessa in tre gradi di giudizio, il Presidente della Camera e il Presidente della Repubblica. Peggio ancora, va contro alla volontà della famiglia di Eluana e, a quanto pare, della stessa ragazza…

Dico, questo sì che è un attacco al Presidente della Repubblica. Alcuni giorni fa, l’on. Di Pietro fece qualcosa di simile, esortando – con parole forti, come sua abitudine, è vero – il Presidente della Repubblica a intervenire, esprimersi contro questo stesso soggetto, che vorrebbe accentrare su di sé e sul suo Governo tutti i poteri possibili. Fu quasi profetico.

Ora, mi chiedo: come mai, mentre dopo l’intervento di Di Pietro si è sollevato uno sbarramento di costernazione e condanna, gli atti (non solo parole, purtroppo) di Berlusconi originano così pochi contrasti da parte delle alte cariche?

Onore al Presidente Napolitano, a Fini, Veltroni e tutti gli altri che si sono espressi in difesa della democrazia, della Costituzione e della libertà.

Questioni di principio? No, grazie Aggiungi un commento

16 agosto 2008, 0:11

Non c’è cosa al mondo che io detesti più del sentirmi rispondere “E’ questione di principio“.

E’ la risposta più infantile, presuntuosa ed egoistica che si possa dare. E’ come negare l’esistenza di motivi o il diritto del proprio interlocutore a conoscerli, è come negare uno dei sentimenti caratteristici dell’essere umano: la curiosità, la voglia di conoscenza e (non il meno importante) la tendenza ad indagare su qualcosa di cui non si è certi. Sono queste le spinte che hanno portato l’uomo al progresso, per mezzo dei pochi che hanno avuto il coraggio di seguirle fino in fondo; questo, sempre, nonostante sempre più persone opponessero ad una sana curiosità, l’inferriata sporca di sangue delle “questioni di principio”.

Non a caso ho detto sangue. Le “questioni di principio” scatenano l’odio, la divisione tra fazioni e infine, come naturale conseguenza, le guerre. Cosa succede se due sbandieratori di “questioni di principio”, ugualmente infervorati, hanno princìpi diversi? Si metteranno d’accordo? Non credo proprio. E’ troppo facile urlare “E’ questione di principio”, facile quanto obbedire ciecamente ad un dogma; la liberazione dalla responsabilità di scegliere per sé, lasciando decidere ad altri il proprio cammino e il corso delle proprie azioni, è una sirena tentatrice per molti. Ma a che prezzo?

Per come la vedo io, uno che si appoggi su “questioni di principio”, senza voler indagare sulle cause e sugli effetti né volersi prendere la responsabilità completa delle proprie azioni e decisioni, non è più un uomo: è uno schiavo. Per quanto potente sia, sarà sempre uno schiavo.

Nel corso della storia, chi si è opposto alle “questioni di principio”, sia delle masse che dei potenti, ha sempre rischiato il ridicolo, l’ostracizzazione, addirittura la vita. Sto pensando a grandi uomini come Socrate, Copernico, Albert Einstein, Martin Luther King; ma anche a gente altrimenti comune, come la ragazza musulmana che si era opposta alla regola paterna di “non frequentare l’infedele” ed ha pagato con la vita. La giustizia ha punito i colpevoli, ma quella ragazza sarà ricordata come una che ha avuto il coraggio di seguire il proprio cuore, contro tutte le imposizioni.

Un informatico, quale io sono (e per estensione, una qualsiasi persona di scienza), non può accettare l’esistenza di “princìpi primi e immutabili”. Invece, esistono delle cause, dei motivi concreti per fare o non fare qualcosa. Per fare un esempio, non si indenta e ripulisce il codice per qualche oscura “questione di principio”, ma perché un programmatore che legga il codice dopo di noi (o noi stessi, dopo qualche mese), non perda più tempo a capire con cosa ha a che fare, piuttosto che a riscrivere l’intero programma.

Un altro esempio: non si utilizza questo o quel linguaggio, applicativo o stile di programmazione per partito preso, come purtroppo ho visto fare ad alcuni compagni di corso, ma perchè ognuno di essi possiede una serie di vantaggi o affinità (e parimenti, di svantaggi) che si possono applicare, con buona approssimazione, a qualsiasi problema. Non farlo (e cioè, decidere a priori cosa utilizzare, per una “questione di principio”) equivale a perdere tempo, denaro e, nel caso peggiore, al fallimento della propria azienda o di sé stessi. Danni evitabilissimi, solo a voler fare un po’ di fatica in più, senza appoggiarsi a dogmi.

La vera libertà è pensare con la propria testa, seguire il proprio cuore, badare a tutte le cause e gli effetti che sia possibile esaminare, senza sottoporsi a pareri preconfezionati e senza limitarsi. Senza paura, inoltre, di sbagliare, né di ammettere i propri errori e ricominciare da capo, forti dell’esperienza acquisita.

Me ne rendo conto, è un tipo di libertà che richiede certamente più lavoro e fatica; ma che dà (a mio parere) molta più gioia, alla fine.